Camera Work: Alfred Stieglitz

Partire dal maestro Stieglitz era doveroso in questo percorso nel mondo della storia fotografica, poiché senza di lui probabilmente non avremmo intere sezioni museali dedicate a questa ormai assodata tecnica artistica. Alfred Stieglitz era una forza della natura, un cocciuto, brillante, dittatoriale provocatore della prima metà del Novecento che, nel catalogo di una sua personale del 1921 si presentava con le seguenti parole: “Sono nato a Hoboken. Sono americano. La fotografia è la mia passione, la ricerca della Verità la mia ossessione”.

Per ben due volte ha orientato, con la sua personalità, lo sviluppo stilistico della fotografia americana: inizialmente rivolgendosi al gusto romantico influenzato dall’impressionismo pittorico, in cui lo stato d’animo è più importante del soggetto (ricordiamo il dominio artistico in quel periodo di pittori come Whistler e Corot), e successivamente volgendosi invece ad un realismo esasperato, da cui traspariva l’originalità e l’indipendenza della fotografia come mezzo espressivo. Il suo interesse per la fotografia creativa lo portò a convincere i direttori di musei e i critici ad affiancare la fotografia all’arte figurativa, occupandosi personalmente della selezione degli artisti, delle opere e dell’allestimento. Stieglitz si dedicò anche ai mezzi comunicativi artistici più tradizionali per l’epoca, sconvolgendo comunque i gusti della borghesia americana. Organizzò nella città mostre di diverse personalità artistiche europee emergenti e rivoluzionarie come Cézanne, Matisse, Picasso, e richiamò l’attenzione dei critici su giovani americani come John Marin, Arthur Dove e Georgia O’Keeffe, che diventò poi sua moglie.

 

 Emblematico è l’incontro tra questi due grandi artisti contemporanei: Stieglitz gestiva le Little Galleries of The Photo-Secession, locali chiamati per comodità dal pubblico col numero dell’edificio: “291”. Ed è proprio al “291” che fece ingresso, nel 1915, una giovane donna con una cartella piena di disegni, appena ricevuti da un’insegnante d’arte del Texas, tale Georgia O’Keeffe, con la precisa raccomandazione di non mostrarli a nessuno. L’amica, per l’ammirazione e l’impressione avuta per le opere, decise di ignorare le istruzioni ricevute e le mostrò a Stieglitz il quale esclamò: “Finalmente una donna che sa disegnare!”.  I disegni furono presentati nella galleria e suscitarono scalpore tra pubblico e critica, finché un giorno non irruppe nel locale una ragazza “con stupendi occhi enormi, un abito nero col colletto bianco ed un sorriso che ricordava la Gioconda”. In preda ad una fredda rabbia si rivolse a Stieglitz e disse: “Voglio che stacchiate dalle pareti quei quadri!”. Questi le domandò chi fosse e lei rispose: “Georgia O’Keeffe”. Stieglitz ebbe comprensione per la sensibilità ferita di quella donna che considerava l’esposizione come una indebita ingerenza nella sua vita privata e… i quadri rimasero attaccati alle pareti. Da lì iniziò una relazione che portò al matrimonio e si interruppe solo con la morte del fotografo, nel 1946.

 

Di questi lunghi anni vissuti insieme, Stieglitz presentò in una mostra alle Anderson Galleries di New York del 1921, un percorso fotografico emozionale ed esplorativo del rapporto personale tra lui e la moglie, e, più in generale, tra un uomo e una donna. Non si trattava, come sembrerebbe apparentemente, di semplici fotografie raffiguranti Georgia O’Keeffe, ma di un ritratto composto da molteplici immagini singole della pittrice. È con questo ritratto che conosciamo il volto della O’Keeffe oggi, un ritratto che viene direttamente dagli occhi, dalle mani, dal cuore e dall’arte di Alfred Stieglitz.

 

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